ARMANDO BARONE – Lettera dal confine orientale

ARMANDO BARONE*

Lettera dal confine orientale

* professore parmigiano, nel 1942 in Jugoslavia giovane ufficiale dell’esercito italiano occupante

copertina-barone“Le foibe non possono essere condannate tout-court prescindendo dal periodo storico di cui furono espressione e senza tener conto della causa prima che le aveva prodotte.

Ciò posso affermare in primo luogo come testimone. Nel 1942 infatti mi trovavo come ufficiale del primo reggimento fanteria «Re» nell’ex Jugoslavia, durante l’occupazione nazista, avvenuta con la complicità degli italiani. Occupazione che ha fatto terra bruciata di tutto il paese, provocando più di un milione di morti su una popolazione di 16 milioni.

A distanza di tanti anni mi sembra ancora di vedere i roghi di Perusic, di Knin, di Otočac, di Udbina e di tante altre località. I nostri alleati erano gli ustascia di Ante Pavelič.

Un giorno, mentre camminavo per le strade di Gospić incontrai un ustascia che portava un catino pieno di materia verdastra e viscida. Gli chiesi di che cosa si trattasse. E lui, con tono strafottente, mi rispose che si trattava di occhi cavati ai serbi.

Né posso tacere alcuni fatti tristi e vergognosi di cui si è macchiato l’esercito italiano. Un giorno, mentre camminavo per le strade di un paese, non ricordo con precisione la località, fui incuriosito dalle voci che provenivano da una casa. Entrai e mi trovai di fronte a due soldati italiani che stavano distruggendo tutta la mobilìa mentre una donna in ginocchio, piangendo, li supplicava di smettere e di risparmiarle almeno quel poco che non le avevano distrutto i tedeschi, che l’avevano in precedenza derubata. Ordinai immediatamente ai soldati di riordinare tutto e di restituire a quella donna quel poco che avevano preso, di inginocchiarsi davanti a lei e di chiederle perdono.

Durante la ritirata il mio plotone faceva da copertura ad una colonna lunga quasi mezzo chilometro. Il mio compito era quello di bruciare tutto, stando agli ordini del colonnello. Quando mi accorsi che alcuni soldati erano entrati in una catapecchia per incendiarla, dopo aver scaraventato una vecchia fuori sulla neve, ad una temperatura di quasi venti gradi sotto zero, intervenni energicamente per spegnere l’incendio. Feci rientrare in casa la povera donna, dando disposizioni di simulare l’incendio accatastando della paglia. L’obiettivo era di non insospettire il colonnello che procedeva alla testa della colonna.

Ricordo ancora, perché alla barbarie non c’è mai fine, che durante un rastrellamento un gruppo di soldati veneti appartenenti ad un’altra compagnia erano entrati in una casa dove vivevano alcune donne e tre bambini. Intimarono subito alle donne di portare all’aperto della legna, una pentola ed un quantitativo di farina di granturco, per fare la polenta. Dopo avere abbondantemente mangiato e bevuto, prima di andarsene, come ricompensa, diedero fuoco alla casa. Evidentemente le urla delle donne ed il pianto dei bambini non erano riusciti ad impedire il loro vandalismo. Come era prassi, il paese prima di essere abbandonato venne completamente distrutto.

Una volta una donna di Gospić , alla quale avevo chiesto un bicchiere di acqua, piangendo mi aveva chiesto a sua volta perchè eravamo andati in Jugoslavia a distruggere, ad incendiare, ad uccidere i loro mariti, ed i loro figli. Non seppi cosa risponderle. Mi allontanai dopo averle allungato qualche decina di lire.

Tanti sono gli episodi, ma quelli che ho testimoniato sono più che sufficienti e significativi, per dare una idea di quella che è stata la nostra occupazione della Jugoslavia.

Da parte mia non ho nulla di cui rimproverarmi. Se è vero che quando eravamo attaccati era necessario difenderci. I miei rapporti con la popolazione erano improntati alla più profonda umanità. Né esitai ad aiutare con danaro i casi più disperati.

Lasciai la Jugoslavia il 9 aprile dopo essere stato ferito al bacino in combattimento. Fui ricoverato al centro mutilati di Milano, dove rimasi circa un mese. L’ospedale rigurgitava letteralmente. La maggior parte dei ricoverati provenivano dal fronte russo. Uomini senza braccia, uomini senza gambe: uno scenario veramente raccapricciante. Sembrava di essere nella nona bolgia dantesca, dove si trovano i seminatori di scismi e di scandali, continuamente lacerati dai diavoli.

Dopo un ulteriore breve ricovero all’infermeria presidiaria (attuale Don Gnocchi) tornai a casa. Nell’ottobre del ‘43 ripresi ad insegnare e cominciai a collaborare con la Resistenza. Poi nel febbraio del ‘44 ci furono l’arresto e le torture. Infine nell’aprile il campo di concentramento di Bolzano dove restai fino alla liberazione.

Era invece toccata sorte diversa a mio fratello Franco, il primogenito di cinque figli, più vecchio di me di un anno, fucilato dai partigiani jugoslavi il 17 febbraio 1943. Ma questo faceva parte della logica della guerra.

Ritornando al discorso delle foibe penso che, senza giustificarle, debbano comunque essere inquadrate in questo contesto. Esse furono una fatale conseguenza dell’occupazione italo tedesca. Basti pensare a quanto sostiene Carlo Falcone ne “Il silenzio di Pio XII” edito da Sugar nel 1965, in merito alla persecuzione della chiesa ortodossa da parte degli ustascia croati di Ante Pavelič : «i sacerdoti uccisi furono 300 ed i vescovi 52. Ma anche questi dati non dicono nulla della crudeltà con cui furono realizzati gli eccidi. Per limitarsi ai soli vescovi, monsignor Dositej, ordinario ortodosso di Zagabria, fu sottoposto a tali torture che impazzì, mons. Petar Sjmonic di Serajevo, ottantunenne venne sgozzato, e monsignor Platov di Banjaluka, ottantunenne, fu ferrato ai piedi come i cavalli e costretto a camminare in pubblico finchè, svenuto, non gli fu strappata la barba e acceso del fuoco sul petto.

Sadismi questi, che non erano se non l’accentuazione dei metodi applicati nelle ‘normali’ esecuzioni di massa, eseguite per via di sgozzamento, squartamento (e i corpi allora venivano non di rado appesi per burla nelle macellerie con sotto la scritta ‘carne umana’), di incendi alle case e alle chiese stipate di vittime, ecc., ma non bisogna dimenticare i bambini impalati di Vlasenika e di Kladany e il gioco delle torture praticate durante le orge notturne degli ustascia».

Per maggior precisione è necessario puntualizzare che la nostra occupazione della Jugoslavia va dall’aprile del ‛41 al settembre ‛43. E le foibe risalgono appunto alla seconda metà del ‛43. Purtroppo a tale barbarie non si poteva che aggiungere barbarie e la guerra non è che barbarie.

Lottare oggi per la pace significa combattere contro la guerra che non fa altro che produrre nuovi mostri. La tela di Picasso su Guernica ne è l’esempio più significativo”.

Armando Barone

Parma, 10 febbraio 2006

Guerra, violenza e morte seminate dal fascismo in tutta Europa non possono essere rimosse con un colpo di spugna o con i giorni del ricordo parziale.

Un invito all’approfondimento della complessa vicenda istriana e jugoslava con la visione, tra i tanti materiali disponibili anche online, del documentario “Fascist Legacy” realizzato qualche anno fa dalla BBC, un utile contributo per non cadere nelle semplificazioni e nelle forzature revisioniste che l’estrema destra porta avanti da anni.

Fascist Legacy (BBC): https://www.youtube.com/watch?v=2IlB7IP4hys

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